Erano pesanti e voluminose, inevitabile che custodissero nel Dna il gene dell’estinzione. Come i dinosauri, le cassette Stereo 8 avevano l’aspetto di un articolo destinato alla rapida scomparsa: non erano proprio comode, il suono lasciava a desiderare. A cavallo fra gli Anni ’60 e ’70 apparivano nelle pubblicità delle decappottabili con promesse di spensierate corse estive.  

Tempo un decennio erano state spazzate via dal vinile e dalle più piccole e funzionali musicassette. Si sarebbe detto per sempre, invece no. Anche loro, trainate dal boom degli album a 33 giri, assaporano una seconda insperata esistenza. Di nicchia, certo. Ma è sempre meglio che finire in un museo come le ossa dei brontosauri.  

Eccoci nella Retrosfera  

L’11 aprile è il «8 Track Tape Day», il giorno della Stereo8, uno dei supporti analogici più curiosi della storia musicale, ricordo delizioso per il popolo degli «Anta», mistero per i giovani, oggetto di culto per gli Hipster di tutte le età. Era, ed è, costituito da una cartuccia di plastica, poco più grande e spessa d’un libro tascabile. dove all’interno correva un nastro di un quarto di pollice, registrato su otto tracce lette due alla volta, così l’opera veniva divisa in quattro programmi stereo. Impossibile saltare da un brano all’altro. L’unico passaggio consentito era fra gruppi di canzoni. 

 Il formato si doveva a un americano, Bill Lear, che lo perfezionò nel 1964 e poi convinse le case automobilistiche che si trattava della soluzione perfetta per ascoltare musica corrente sulle strade Usa. I primi lettori commerciali vennero montati nel 1966 come optional sulle Ford Mustang. Di lì a poco, spuntarono gli apparecchi domestici. Il mercato esplose: nel 1970 le cartucce valevano un terzo del business discografico statunitense e canadese; nel 1972 se ne vendettero 15 milioni solo sull’altra sponda dell’Atlantico. 

 Il declino  

Dieci anni più tardi l’epopea era sostanzialmente conclusa. Fragili e prone all’inceppamento, le cassette finirono nella spazzatura o a marcire nelle cantine, destino che di lì a poco avrebbe contagiato anche il vinile, colpito mortalmente dall’indistruttibile freddezza del compact disc che a sua volta pareva poter essere eterno. Al passaggio del secolo il mondo è però cambiato, di nuovo. I cd sono in «mode Brontosauro» per il trionfo quantitativo del digitale, mentre il vinile ha riconquistato gli appassionati del suono puro e del prodotto dotato di forma e profumo. La fragranza del vintage condotta dall’album vecchio stile ammalia nuove generazioni, risveglia antiche curiosità, gonfia il mercato. E fa riscoprire anche le Stereo 8, giocattolo curioso al limite del feticismo. Sul sito Discogs.com, la bibbia dei collezionisti, navigano 5000 cassette offerte in vendita.  

I più ricercati  

La più scambiata è naturalmente «The Dark Side of the Moon» dei Pink Floyd che, nella versione quadrifonica della Harvest, è quotata 400 euro dalla rivista «Record Collector». Ricercato anche «Animals» che ha un assolo di chitarra in più rispetto alla versione in vinile (30 euro), come «Berlin» di Lou Reed (20 euro) ha un passaggio di piano esclusivo. A parte il «20 Greatest Hits» dei Beatles, il Santo Graal è la seconda collaborazione di Frank Sinatra col brasiliano Antonio Carlos Jobim, padre della Bossa Nova. «SinatraJobim» uscì in Stereo 8 nel 1969, ne furono stampate tremila copie e poi il lavoro venne ritirato perché il cantante americano era insoddisfatto della copertina. Si dice che in circolazione ne siano rimasti tre esemplari, uno dei quali è stato venduto a 4.550 dollari nel 2006. Un sacco di soldi? Dipende da cosa si desidera. Il sax di Fausto Papetti te lo tirano dietro, ma sono tanti i 44 euro richiesti per un nastro di Nunzio Gallo che, dopo la festa dell’11 aprile, potrebbero magari aumentare. In attesa che sabato 18, col Record Store day, arrivi la verifica annuale per il Signor Vinile. 

 


22 Nov 2018


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